7-1-78 7-1-06
28 Anni nel vostro ricordo
"VOLEVANO SRADICARCI,
INVECE
HANNO PIANTATO SEMI"
PER NON DIMENTICARE...
7-1-78 7-1-2006
FRANCO, FRANCESCO e STEFANO
28 ANNI NEL VOSTRO RICORDO!
ACCA LARENZIA
E' difficile parlare di chi non c'è più, di chi ha dato la vita per quell'ideale in cui tutti noi crediamo, di chi è stato capace di sacrificare la propria giovinezza in nome di qualcosa di più alto, di più luminoso, di più vero.
E' difficile perché qualunque parola sembra inappropriata se usata per descrivere il gesto di ragazzi come noi, che per il solo fatto di aver scelto "la strada sbagliata", quella più difficile, sono morti a vent'anni.
E' difficile perché di fronte al sacrificio estremo spesso ci si sente estremamente piccoli e inadeguati e qualunque cosa si dica o si faccia sembra sciocca. E' difficile, ma noi vogliamo provarci lo stesso, seguendo quel filo rosso che ci lega a chi ha percorso prima di noi la strada sulla quale stiamo camminando.
Quello che vogliamo dire a Franco, Francesco, Stefano ed Alberto, e a tutti quelli che sono con loro in quella verde valle lontana e senza tempo, è che noi ci siamo. Con tutte le nostre debolezze, con la stanchezza e lo scoraggiamento che a volte si fanno davvero pesanti, con i piccoli sacrifici di ogni giorno, che non sono niente se paragonati al loro.
Ci siamo, e continuiamo, nel nostro mondo e nel nostro tempo, a percorrere la strada che prima di noi ha visto i loro passi svelti attraversare la vita, consapevoli del fatto che abbiamo scelto di vivere un ideale che va oltre il tempo e oltre la storia, un ideale che ha vissuto in loro e che ora vive in noi.
Ci siamo, e sappiamo che in ogni semplicissimo atto della militanza di ogni giorno, come un'affissione, un volantinaggio, una riunione, un'assemblea, ci sono con noi anche loro.
C'è chi il sangue è chiamato a versarlo tutto insieme e chi goccia a goccia: quando ci sentiamo stanchi e scoraggiati, quando ci assalgono i dubbi sulla scelta della militanza, sarà sufficiente pensare a chi, ragazzo di vent'anni come noi, ha versato il suo sangue tutto insieme e ci ha lasciato il dono più prezioso che si possa mai ricevere: un esempio da
seguire.
LA STORIA
ROMA, 7 gennaio 1978.
E' una giornata rigida. Il vento tira sulla città, taglia le facce. gela le mani.
Mentre calano le prime ombre della sera, nella sezione missina di via Acca Larenzia, al Tuscolano, c'è una certa animazione.
In mattinata, nei pressi del liceo Augusto e del circolo di destra di via Noto, alcuni militanti della sezione hanno affisso manifesti per un concerto irganizzato dal Fronte della Gioventù.
Al teatro Centrale suonerà il complesso milanese dei "Figli del vento".
C'è stata qualche scaramuccia tra rossi e neri, ma nulla di grave, la solita rissa di maniera dove ci si spranga e scazzotta, quasi obbedendo a un rito prestabilito.
Poco prima delle 18 dalla sezione missina escono 15 attivisti: vanno a
piazza Risorgimento dove c'è un volantinaggio.
Alle 18.20, altri cinque giovani lasciano i locali di via Acca Larenzia.
Sono Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Vincenzo Segneri,
Maurizio Lupini e Giuseppe D'Audino.
Mentre uno dei ragazzi spegne la luce, Bigonzetti apre la porta blindata della sezione. La via è poco illuminata. Il "covo dei fascisti" è
in penombra. Un gruppetto di cinque o sei giovani( l’attentato sarà in seguito rivendicato dai Nuclei Armati per il contropotere territoriale),
tra cui sembra scorgere anche una donna, girato l'angolo di via Evadro, avanza verso la sezione.
Apre il fuoco.
Bigonzetti non riesce neppure a fare due passi: investito dal piombo e colpito alla testa, cade davanti alla porta della sede.
Due killer si avvicinano di più e sparano di nuovo, mentre Segneri, ferito al
braccio destro, fa in tempo a rientrare, spingendo a terra gli altri due giovani che si trovano sulla soglia del locale.
Ma per Ciavatta, che segue Bigonzetti, non c'è scampo: tenta di fuggire
attraverso la rampa di scale che porta in via delle Cave. E' come se vivesse la sua morte al rallentatore: giunto al secondo gradino viene investito da una raffica di proiettili. E' ferito ma, con la morte aggrappata addosso, raggiunto il ballatoio in cima alla scalinata, si butta giù per la rampa. Poi
crolla a terra.
Gli assassini non sono ancora sazi di sangue: si fermano davanti alla porta della sezione. Imprecano, bestemmiano.
Non sono riusciti ad ammazzare anche gli altri fascisti. Poi, ritrovata la calma, si allontanano. Raggiungono una "Renault 4" rossa, posano le armi e
a pidi spariscono.
Sono passate solo due ore dall'orribile agguato. Davanti alla sezione la tensione è allo spasimo, palpabile. Centinaia di giovani di destra sono accorsi da ogni parte della città. E' una piccola folla muta, impietrita dalla rabbia.
Un giornalista, Carlo Ceccherini ed un operatore televisivo ripercorrono
l'inutile fuga di Ciavatta. Vicino ad una chiazza di sangue uno dei due,
getta un mozzicone di sigaretta. Il giornalista viene insultato e malmenato.
Poco più in là alcuni giovani prendono a calci una "127" dei carabinieri.
La confusione è alle stelle. Un dirigente del Fronte della Gioventù interviene per calmare gli animi, ma prorpio in quel momento un drappello
di carabinieri comincia un fitto lancio di lacrimogeni.
Ormai hanno tutti perso la testa.
Il capitano Edoardo Sivori, che impugna una pistola rivolta verso l'alto,
cerca di sparare ma l'arma si inceppa, non desiste e chiesta un'altra pistola
al suo autista apre il fuoco verso il gruppo dei missini.
Spara due o tre colpi. C'è un giovane che, colpito alla fronte, stramazza al suolo. E' Stefano Recchioni, 19 anni.
Morirà neppure 48 ore dopo all'ospedale (9 gennaio).
Roma, 10 gennaio 1979
E' passato un anno dalla strage di Acca Larenzia e i colpevoli sono ancora liberi di colpire impunemente. Contro questo stato di cose il Fronte della Gioventù ha organizzato varie manifestazioni di protesta in diversi punti della città.
Gli animi sono caldi e la situazione è molto tesa. Nel quartiere Centocelle l'obiettivo della manifestazione è una sede della DC, scelta come simbolo del potere politico dominante, di quel sistema da combattere in quanto fonte di tante angherie ed ingiustizieTra i ragazzi presenti c'è Alberto Giaquinto, un ragazzo di 17 anni. Al termine della manifestazione, che si è svolta senza incidenti, sopraggiunge una macchina civile della polizia, dalla quale scendono due agenti in borghese. Uno di loro, Alessio Speranza, si inginocchia e prende la mira, sparando sul gruppo di ragazzi che si stavano allontanando: ad essere colpito è Alberto, che viene lasciato per venti minuti in agonia sull'asfalto.
La versione ufficiale è che l'agente aveva sparato per l'egittima difesa, in quanto Alberto era armato e stava per esplodere alcuni colpi verso due poliziotti, vari testimoni negano però questa versione, affermando che Alberto non era armato; inoltre come da referto medico, il colpo che lo ha ucciso proveniva dalle sue spalle, quindi non era possibile,
ammesso che fosse armato, che stesse per sparare.
L'assasino di Alberto, come quasi tutti i responsabili degli omicidi dei giovani fascisti avvenuti in quegli anni, è ancora oggi in libe